CONCERTO PER SOLI, CORO E STRUMENTI.
L’ascolto del Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi equivale a un vero e proprio viaggio nel glorioso tempo della Repubblica Serenissima, in cui l’opera venne pubblicata nel 1610 con il titolo completo Vespro della Beata Vergine da concerto composto sopra canti fermi, a sei voci e sei strumenti, insieme a un’altra composizione di Monteverdi, la Missa In illo tempore a sei voci. Venezia fu allora il principale centro dell’editoria musicale in Italia, oltre che tra i poli culturali più importanti e ambiti dagli artisti di tutta Europa grazie alla presenza della Cappella di San Marco. Solo a Venezia, realtà fiorente per commercio, arte e cultura, l’invenzione della stampa musicale a caratteri mobili brevettata da Ottaviano Petrucci poteva trovare terreno fertile. Tra i primi prodotti di questa nuova invenzione, nel 1501 venne dato alle stampe l’Harmonice Musices Odhecaton, contenente cento composizioni di maestri prevalentemente fiamminghi. Attratti dalle rivoluzioni in campo editoriale e dalle nuove possibilità combinatorie di voci e strumenti professate dalla Scuola polifonica veneziana, oltre che dall’utilizzo della tecnica dei cori spezzati esercitata nella Basilica di San Marco, i maggiori compositori fiamminghi, celebri per l’arte di intrecciare le voci sfruttando le risorse della scrittura contrappuntistica, giunsero così nella città lagunare. Tra tutti, figura Adriano Willaert, a capo della cappella di San Marco dal 1527, maestro di alcuni tra i massimi teorici e musicisti del tempo, come Gioseffo Zarlino, Cipriano de Rore, suo successore, e Andrea Gabrieli. Mentre Willaert e Zarlino furono i fondatori della cosiddetta prima pratica, che tendeva al raggiungimento della perfezione della tecnica musicale per poter fare veicolare un testo, la seconda pratica avviata da Cirpiano de Rore e successivamente esaltata da Claudio Monteverdi privilegiava la chiarezza della parola rispetto alla composizione musicale. Il testo veniva così affidato sempre più frequentemente a una sola voce, verso una più moderna percezione dell’armonia.
Toccò dunque a Monteverdi accompagnare il graduale passaggio dalla polifonia alla monodia attraverso i suoi nove libri di Madrigali, forma vocale polifonica che un secolo prima rappresentò tra i più importanti veicoli della raffinata arte di Willaert.
Ma Venezia dovette attendere Monteverdi ancora per tre anni: mentre il Vespro della Beata Vergine venne pubblicato, il compositore si trovava alle dipendenze del duca Vincenzo Gonzaga già da una ventina d’anni. Tuttavia il desiderio di sentirsi maggiormente apprezzato come musicista si acuì con l’arrivo delle difficoltà economiche e la perdita della moglie avvenuta proprio nel periodo di lavorazione dell’Orfeo, eseguito la prima volta a Mantova nel 1607, e l’opera Arianna, della quale è sopravvissuto solamente la musica del celebre Lamento, scritta proprio come reazione al lutto famigliare.
La situazione si era fatta ormai insostenibile ed era chiaro che Monteverdi stesse cercando altrove un impiego che potesse procurargli una maggiore realizzazione professionale. Il Vespro, non a caso dedicato a Papa Paolo V, avrebbe dovuto dar prova delle capacità dell’autore vista la versatilità musicale e l’ampia gamma di stili presentati. Il suo contenuto e l’assenza di ulteriori ristampe suggeriscono probabilmente la vera funzione della raccolta, destinata più a stupire e lasciare il segno sotto forma di dono piuttosto che ambire a un vero e proprio uso pratico. Con il Vespro Monteverdi cercò dunque in musica l’equivalente del Palazzo Ducale di Mantova, sfarzosamente ornato per esprimere lo splendore e la grandezza dei Gonzaga.
Come in uso al tempo, la struttura musicale del Vespro è scandita da cinque Salmi. Nella versione monteverdiana, questi si basano sulla tecnica tradizionale del cantus firmus, la melodia sulla quale si erige l’intera composizione condotta a più voci, conferendo così alla musica un certo grado di coerenza e di somiglianza stilistica in accordo con l’ordine prescritto dei testi liturgici che garantiva l’esecuzione dei Salmi in qualunque festa in onore della Vergine. I quattro Mottetti a voci sole presenti tra i cinque Salmi del Vespro rappresentano invece i primi brani pubblicati da Monteverdi nel nuovo stile monodico, quello della seconda pratica, schiudendo le porte all’impiego del moderno accompagnamento strumentale del basso continuo.
A questo elemento di novità si aggiunge l’insolita scelta dei testi: nell’unico Mottetto a voce sola, Nigra sum, Monteverdi mette in musica un passo vagamente erotico del Cantico dei Cantici, le cui caratteristiche melodiche sono determinate più dalla sonorità e dal senso delle parole che da un principio costruttivo astratto. La linea vocale acquista velocità in corrispondenza della narrazione, e i momenti più intensi sono sottolineati da una serie di dissonanze e ritardi. L’erotismo di Nigra sum perdura nel secondo Mottetto, Pulchra es, anch’esso su un testo tratto dal Cantico dei Cantici. Il Mottetto successivo, Duo seraphim, impiega tecniche musicali del tutto profane, esattamente come i tanto in voga effetti d’eco presenti nel Mottetto finale, Audi coelum.
A tutto questo va aggiunta la presenza di una Sonata strumentale, l’Inno Ave maris stella e ben due versioni del Magnificat, che con molta probabilità dovevano conferire una maggiore versatilità dell’opera innanzi alle diverse necessità della funzione liturgica.
L’enorme varietà di forme e stili che convivono in questa composizione rendono dunque il Vespro della Beata Vergine un vero e proprio saggio delle straordinarie capacità tecniche ed espressive di Monteverdi, qui custodite in un’opera grandiosa quanto unica nel suo genere.